Caso Diciotti, la negazione dei diritti umani in nome della propaganda

Tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio era già molto difficile scegliere, ma dopo le esternazioni sulla vicenda dei migranti Seawatch diventa quasi impossibile decidere chi sta assumendo un comportamento sempre più contrario ai principi della nostra Costituzione. Effettivamente non si riesce a capire se sia più scandalosa la negazione dei diritti umani da parte del ministro dell’Interno oppure la loro parziale concessione da parte del ministro del Lavoro, che appunto gentilmente concederebbe solo a donne e bambini la possibilità di toccare terra, come si faceva nell’epoca storica che ha segnato il passaggio dall’assolutismo alle prime forme di parlamentarismo, quando i sovrani iniziarono a concedere man mano sempre più diritti.

Quando si discute di diritti umani parliamo di una categoria che ha una storia a sé rispetto a tutte le altre categorie di diritti. Non parliamo di diritti di natura economica, come ad esempio la proprietà (oggetto di trasferimento da un soggetto all’altro oppure oggetto di espropriazione), oppure di diritti politici (il voto, che pure è soggetto a parziali limitazioni). Perché, pur essendo tipizzati nella categoria dei diritti, i diritti umani vengono prima di qualsiasi altra considerazione sui diritti. La loro codificazione è il frutto di processi storici di portata secolare, progressi fatti di lotte e rivoluzioni. E solo dopo aver lottato per questi diritti si è ottenuto un riconoscimento, una normativizzazione.
Ma, a ben vedere, parliamo di valori che andrebbero riconosciuti in quanto intrinseci alla persona umana e antecedenti a ogni struttura di carattere giuridico. I processi democratici che hanno realizzato il riconoscimento giuridico di questi valori sono il fondamento delle moderne costituzioni, ma rappresentano allo stesso tempo un postulato di umanità che precede qualsiasi impostazione del diritto positivo, e non è assolutamente un caso che nelle moderne Costituzioni siano definiti come quei principi fondamentali imprescindibili e irrinunciabili. Perché sono valori al di fuori della disponibilità di qualsiasi soggetto, non possono essere minimamente limitati da qualsiasi atto di natura giuridica, ma meritano solo tutela e protezione.

Che un soggetto che ricopre una carica pubblica possa negarli o possa concederli in base al genere significa negare le basi della cultura giuridica moderna, e prima ancora dimostrare, purtroppo, un’assoluta assenza di qualsiasi senso di umanità. Sono i soggetti che, al contrario, dovrebbero garantire che questi diritti siano rispettati e tutelati nel miglior modo possibile, perché sono i rappresentanti dello Stato, di quello Stato che trova il suo fondamento nelle Carte Costituzionali, che sono appunto i moderni contenitori dei diritti.
Non è solo una cattiva azione politica, ma è soprattutto una mancanza di rispetto verso il genere umano. E per fare una cosa del genere non solo bisogna essere scarsissimi da un punto di vista delle capacità politiche, ma anche bruttissime persone che sanno solo dare il peggio rispetto ai propri simili.
Quando un ministro decide di non aiutare chi è in difficoltà non solo viene meno alla legge, ma viene meno anche a un dovere morale, a quella dignità che precede qualsiasi legge. E quando un altro ministro decide che solo donne e bambini possono ricevere protezione, effettua una selezione del genere umano che ci riporta ai tempi bui della storia dell’umanità. Siamo ben oltre la legge perché siamo nel campo dei singoli che si pongono oltre la legge, interpretandola secondo una particolare, singolare visione soggettiva. Una visione estranea a qualsiasi tradizione giuridica, umana e cristiana.

Ma abbiamo sbagliato noi, perché ci eravamo illusi che non si potesse fare peggio rispetto a quanto già espresso in passato, quando l’idea di quella uguaglianza costituzionale è stata contaminata da una classificazione degli italiani in base alla provenienza. Poi la distinzione si è spostata al dualismo italiani/stranieri. Come se le persone, in base alla provenienza o alla nazionalità, avessero maggiori o minori diritti.
Se a 70 anni dall’entrata in vigore della Costituzione il nostro pensare collettivo resta ancorato alle categorizzazioni, quelle che portano le persone ad allontanarsi, allora abbiamo ancora tanto da imparare e non abbiamo appreso nulla dal passato.

Viviamo in un’epoca in cui gli amministratori italiani si vantano di usare il pugno duro verso i più sfortunati, oppure pubblicizzano, senza vergogna, vere e proprie barbarie come quelle perpetrate nei confronti di qualche senza tetto. E allora non è più uno vale uno.
Non c’è politica che tenga in questi atti, c’è soltanto una becera propaganda giocata sulla pelle dei più deboli. Quella propaganda che lancia slogan di abolizione della povertà, intesa in termini di condizioni socio economiche, ma resta appantanata nella pochezza d’animo dei suoi autori.
Uno vale uno dovrebbe valere oggi, ancora di più, quando si tratta di salvare vite umane.

Salvini e i sudditi meridionali in cerca del nuovo padrone

Un giorno qualcuno di buon cuore, con qualche secondo da perdere e soprattutto tanta fantasia mi spiegherà come si conciliano anni di lezioni morali sul tifo calcistico (questione di fondamentale importanza per la vita di molti), condite da uno stoico patriottismo contrapposto alla secolare avanzata truffaldina dei Savoia e riassunti nel grido “difendo la città”, con un’accoglienza servilistica riservata a chi ha fatto della secessione, della separazione e della distinzione tra Nord e Sud il suo cavallo di battaglia, in nome di una presunta superiorità sempre sbandierata ma mai effettivamente dimostrata, se non in condizioni di scarsa visibilità, come nei tradizionali banchi di nebbia.
In realtà esiste una spiegazione a tutto, ed è sicuramente ben più profonda della apparente semplice rassegnazione mostrata dal popolino verso la vecchia politica, della quale i discendenti di Alberto da Giussano rappresentano comunque una consistente fetta che non può essere ignorata.

Da un lato gli esponenti dell’elettorato attivo, che tra un selfie e una diretta, sono in cerca di un nuovo padrone al quale baciare il culo, per far rivivere quella tradizionale impostazione dei rapporti sociali e politici tipica del medioevo, quando tra il signore e il vassallo si instaurava un rapporto di do ut des: la fedeltà incondizionata al signore in cambio di servigi e protezione, funzionali al miglioramento delle proprie condizioni di vita. Legittima, opinabile.
Dall’altro l’elettorato passivo, che con il suo sviluppato olfatto ha captato l’odore del più forte, e nella speranza di raccattare il maggior numero di consensi non esita a schierarsi con chi detiene il potere, quel potere inteso come andare al di là delle regole, perché noi possiamo fare tutto e gli altri no.

La realtà però ci dice che il popolo non vota i nuovi ma i vecchi travestiti da nuovi, e che l’improvvisa presa di coscienza accompagnata dalla repulsione verso la vecchia politica è solo un alibi, essenziale per buttare fumo negli occhi e dire che solo chi non è intelligente non cambia idea: ma questo non significa cambiare idea, questo è trasformismo. Perché io non credo che un popolo che è stato legato per oltre 20 anni alla stessa parte politica, improvvisamente abbia la lucidità mentale di capire che quelli di prima sono il male e i nuovi, che così nuovi non sono, sono la parte migliore di questo paese. E questo a livello nazionale, ma anche a livello locale.
E se da un lato l’elettorato attivo, accecato dal grido “prima gli italiani”, perde l’orientamento a causa dei banchi di nebbia della scaltra politica nordista, dall’altro l’elettorato passivo non è da meno, perché il bisogno di stare col più forte, il bisogno di stare al potere e di avere le mani in pasta supera qualsiasi desiderio di fare gli interessi della propria terra. Nonostante la linea gotica tracciata in maniera netta dall’ideologia padana degli anni ’90, che ha idealmente separato l’Italia in due tronconi e ha pesantemente offeso per 20 anni chi stava al di sotto della stessa, oggi lo spostamento verso chi ha più consenso è la dimostrazione di quanto già detto: si può cambiare idea ed è legittimo farlo sugli indirizzi politici, ma quando lo si fa sui valori non è più sintomo di intelligenza, ma di convenienza ed opportunismo. E allora viene meno anche il discorso secondo il quale i politici meridionali non hanno fatto gli interessi dei meridionali: ora non sono più la parte forte della politica, è questa la motivazione. Ed è così che il politico attivo si attiva, perché non appena capisce che qualche movimento è in fase calante ed ha esaurito la sua capacità di attirare consensi, non esita a schierarsi con l’altro. È un revisionismo politico di convenienza, attuato quando il politico che è servito e hai servito per un ventennio, sia esso un consigliere provinciale o un sindaco, non ti serve più. È un meccanismo di conservazione politica finalizzato soltanto a riciclarsi. Bisogna portare i pacchetti di voti a chi può garantire un’eventuale ascesa nella politica. E questo a livello nazionale, ma anche a livello locale.
Ed è tutto ciò che ci riporta alla convenienza, all’opportunismo. Più semplicemente, al servilismo del popolo verso il potente di turno.

Prima il nord.

Prima gli italiani.

Prima gli amici e i parenti, poi gli altri (se rimane qualcosa).

M5S, le promesse mancate contano più delle regole statutarie

Non sarà una modifica dello statuto a permettere di risalire la china, le regole interne al partito restano soltanto un’espressione di organizzazione e nulla hanno a che fare con il consenso e le sue dinamiche. Per recuperare terreno e far presa sugli elettori esiste sempre una sola strada, quella delle proposte concrete e delle idee che coinvolgono la società civile, ma soprattutto esiste un elemento che viene puntualmente sconfessato e che, a ben vedere, resta sempre la causa principale della perdita di consenso: il mancato rispetto del circuito di responsabilità elettorale.
È per questo che in pochissimi mesi il M5S ha perso molti punti percentuali, pur tenendo presente la fondamentale differenza tra una competizione a livello nazionale e un’altra territorialmente più ristretta. Le tante promesse sconfessate in pochissimo tempo hanno determinato un diverso orientamento dell’elettorato attivo, e non sarà la riorganizzazione statutaria a causare un’inversione di rotta.
Paradossalmente, l’ipotetica eliminazione del limite dei due mandati e l’apertura alle liste civiche a livello locale si inseriscono proprio in quella schiera di promesse fatte e poi non mantenute: erano degli elementi di novità rispetto a ciò che hanno sempre presentato gli altri partiti, e per questo motivo sono stati apprezzati. Se le modifiche statutarie dovessero andare in quella direzione, allora sarebbe l’ennesimo passo falso del Movimento: dovremmo chiederci, infatti, se esistono ancora delle differenze con gli altri partiti.
Già altri partiti, nel passato recente, non hanno dato prova di lucidità nell’analisi post sconfitta, e sono finiti in un pozzo dal quale è difficilissimo uscire: basti pensare che la proposta di referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 ha prodotto un risultato determinato, più che dalla conoscenza del funzionamento dell’impianto istituzionale, soprattutto da una profonda avversione verso le politiche della principale forza di governo.