Il “mandato zero”, un’altra clausola nascosta che sconfessa il Movimento Cinque Stelle

Chiariamo subito una cosa: il mandato zero è una delle migliori idee mai partorite in terra italica, seconda solo al 5-5-5 di Oronzo Canà. Qualcuno si chiederà cosa c’entra la politica con il calcio, in realtà ci sono tantissime connessioni a partire dall’oggetto che permette che lo splendido gioco del calcio possa realizzarsi: la palla, che per trasposizione ideologica diventa balla nel contesto politico. Perché la regola del mandato zero è un’autentica presa in giro per chi ha creduto nel Movimento, per gli ortodossi che sono stati attivisti sin dalla prima ora, da quando il vaffanculo riempiva le piazze più di ogni altro concerto di qualsiasi cantante. Invece, come le altre promesse non mantenute, anche la regola dei due mandati viene sconfessata una volta che il Movimento è arrivato al potere.

Ma in cosa consiste il mandato zero? Stabilisce che il consigliere comunale che si è candidato la prima volta ha la facoltà di ricandidarsi per la seconda volta, come nella regola originaria. Ma il primo mandato, causa inesperienza di chi si approccia alla vita politica, “non vale” e non viene conteggiato nella regola dei due mandati, e di conseguenza il consigliere comunale ricandidatosi per la seconda volta al consiglio avrà la facoltà di proporre la sua candidatura a un altro livello territoriale, che può essere la Regione o il Parlamento, con il risultato che i mandati, in definitiva, diventano 3.

E’ un’operazione totalmente senza senso, perché non si tratta più di una questione politica ma semplicemente di un inesistente rispetto per gli elettori e per le regole oggettive. Non è politica, ma matematica, perché al di là delle motivazioni che hanno spinto i vertici del Movimento a modificare la regola, come per esempio la quasi totale assenza di esperienza nel primo mandato, alla fine i mandati possono diventare 3 (nel momento in cui scrivo è una proposta ancora da approvare). E allora, oltre alle promesse non mantenute sul piano politico, tra cui elenco la chiusura dell’Ilva, il condono edilizio, il condono fiscale, il voto a favore dell’immunità, il voto contrario alla reintroduzione dell’articolo 18 e ancora tante altre, qui c’è una mistificazione della realtà e uno stravolgimento di meccanismi oggettivi, il più elementare è quello matematico: sui numeri non c’è discussione e la matematica non è un’opinione, e per la matematica non hanno valenza le ragioni politiche, che per definizione sono apprezzamenti e non accertamenti. E’ quello che è accaduto con la medicina, sulla questione dei vaccini: dubitare o fare opinione della scienza soltanto per mero consenso è una delle peggiori immagini che il Movimento ha dato.

Il mandato zero è l’ennesima giravolta del Movimento, ormai legato di più alle logiche del potere e sempre più distante dalla sua base, dalle sue radici, da quella sua impostazione coerente e a tratti inattaccabile, ma che prima o poi sarebbe caduta una volta arrivato al potere. Perché è giocoforza che un movimento politico non possa accontentare tutti promettendo tutto, ma soprattutto non può stravolgere la realtà con operazioni dialettiche mal pensate e comunicate ancora peggio. Una strategia che non può garantire lunga vita al Movimento, nemmeno quando arriverà il momento in cui sarà costretto a trincerarsi dietro la barriera dei suoi ortodossi. Troppe contraddizioni che prima o poi provocheranno un’implosione definitiva. C’è un contratto di governo con gli italiani ma c’è anche un patto con gli attivisti, che in questo caso ha tutta l’aria di un contratto con clausole nascoste che ciclicamente spuntano fuori. L’ultima è il mandato zero.

Caso Csm: terzietà e imparzialità alla base della credibilità

Lo scandalo che ha travolto il Csm, con conseguenti dimissioni di alcuni dei suoi componenti, invita a diverse riflessioni che insistono non soltanto sulla politica e sui rapporti tra essa e un potere indipendente, ma anche sulla stessa autonomia che per definizione descrive da sempre l’essenza del potere giudiziario.

Partiamo da un assunto: in uno Stato di diritto i poteri, essendo divisi, non possono mai operare attraverso condizionamenti reciproci intesi come prevaricazione di un potere sull’altro. Esistono, infatti, meccanismi che consentono un dialogo tra i poteri dello Stato, in modo da assicurare il corretto funzionamento dell’impianto istituzionale e il raggiungimento dei fini che lo stesso Stato ha preventivato. Questi meccanismi sono la garanzia, non solo per le finalità, ma soprattutto per la correttezza delle procedure, e di conseguenza per la credibilità degli attori che mettono in moto le stesse procedure e ne diventano in un certo senso protagonisti. Quando si oltrepassano le garanzie create da questi meccanismi, il sistema non funziona perfettamente e gli attori in gioco perdono in termini imparzialità, terzietà e di conseguenza in termini di credibilità.

Se da un lato la politica fa i suoi interessi, per definizione di parte, questo non può giustificare uno sconfinamento oltre le normali procedure. La vicenda Csm ci descrive una situazione in cui esponenti del potere politico sono in stretto contatto con esponenti di un altro potere dello Stato, la magistratura. Al di là delle eventuali responsabilità che in sede giudiziaria saranno appurate, è chiaro che in termini di etica e correttezza dei comportamenti questi atteggiamenti non giovano, innanzitutto alla politica

In questa storia c’è un partito coinvolto e che è in grande difficoltà, si chiama PD. Le vicende che hanno sconvolto la magistratura e hanno coinvolto qualche esponente del partito democratico non hanno sicuramente aiutato, in termini di credibilità. Una credibilità già martoriata dai risultati elettorali, e oggi viene ulteriormente massacrata dalla questione Lotti. Bisogna capire qual è l’idea di giustizia che ha la classe dirigente di questo partito, se ancora esiste un’idea di giustizia. Perché è impensabile chiedere le dimissioni degli altri semplicemente perché si ha un indirizzo politico differente, ed essere quasi impassibili di fronte a una conclamata commistione tra politica e potere giudiziario. L’errata direzione di un pensiero politico non può mai mettere in discussione i capisaldi dello Stato di diritto, ma gli intrecci tra chi svolge un ruolo politico e chi si occupa della corretta e imparziale applicazione della legge sono molto più gravi e rischiano di causare un ingolfamento del sistema, sotto l’aspetto istituzionale.

Il vizio di minimizzare i coinvolgimenti nelle vicende giudiziarie appartiene alla politica, e soprattutto al vecchio modo di fare politica. La gente vuole cambiare, e ha bisogno di sentirsi dire che tutto ciò appartiene alla vecchia politica. Se questo non avviene è chiaro che ogni lotta al “nemico sovranista” non ha ragione di esistere. Dal mondo PD ad oggi ho letto un solo pensiero critico, lucido e oggettivamente apprezzabile sulla vicenda ed è quello di Carlo Calenda, che ha ritenuto i comportamenti di Lotti non normali. Ed è sotto gli occhi di tutti, tant’è che stupisce che nessun’altra voce abbia espresso valutazioni simili, anzi: c’è chi non grida al tritacarne, come il segretario nazionale Zingaretti che si appella giustamente al garantismo costituzionale, ma qui siamo su un altro piano perché, al di là delle responsabilità, si discute in termini di correttezza dei comportamenti, di opportunità, di etica politica; c’è anche chi critica i colleghi di partito perché, sulla vicenda, sono stati meno teneri(???) rispetto agli avversari.

C’è un principio fondante nella nostra Costituzione che afferma la presunzione di non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio. Questo è il giusto equilibrio da tenere in considerazione ogni qualvolta si parla di giustizia. Ma c’è anche un’altra considerazione da fare: la politica non può interferire nelle decisioni della magistratura, e anche questo è un principio presente in Costituzione, con l’indipendenza del potere giudiziario. Quando esponenti del mondo politico mettono bocca su vicende che riguardano il personale appartenente al potere giudiziario, esiste un conflitto che va spazzato via senza se e senza ma. Il silenzio del PD sulla vicenda Lotti è un imperdonabile errore che non giova alla credibilità della sua classe dirigente.

Ma c’è una domanda ancora più importante da fare: alla luce di tutto ciò, può dirsi rispettato il principio che segna l’indipendenza del potere giudiziario da qualsiasi altro potere? Perché in questa vicenda assai complicata l’opinione pubblica, vuoi per abitudine vuoi perché si identifica in questo o in quell’altro colore politico, è portata inevitabilmente a concentrare l’attenzione su chi indossa una maglia con un certo colore, avendo così gioco facile nell’analisi della questione: i nostri vanno difesi, gli altri vanno attaccati. E se i nostri vengono beccati con le mani nella marmellata, basta semplicemente dire che gli altri sono stati beccati con le mani anche nella cioccolata. E così via, senza un pensiero logico. Invece la questione più importante e sulla quale vanno spese le più profonde riflessioni riguarda il ruolo del potere giudiziario: come può un esponente di un potere che, per definizione, è autonomo e indipendente intrattenere rapporti con politici, rapporti nei quali si discute di nomine e destinazioni di magistrati (materia tra l’altro riservata alla competenza del Csm). Tenendo ferma la riflessione sull’etica e sulla correttezza dei comportamenti, non è possibile immaginare che un potere indipendente, autonomo e imparziale possa discutere di scelte che rientrano nella sua esclusiva competenza con attori della politica, cosa ancor più grave se gli stessi attori della politica sono coinvolti in vicende giudiziarie.

Nel corso degli ultimi anni abbiamo spesso sentito parlare di liste pulite, ineleggibilità, incandidabilità; o ancora di casi in cui uomini della politica sono stati coinvolti in inchieste della magistratura e, a seconda del colore, abbiamo assistito ad un’altalenante valutazione delle singole circostanze, con un opportunismo sfrenato tra chi si professava garantista e chi invece voleva giustizia a tutti i costi. C’è stato un tentativo della politica, forse vero forse falso, di rifarsi una verginità e di entrare di nuovo nella dimensione di candidabilità, assoluta, attraverso la rievocazione della purezza di immagine che ha segnato il ruolo diversi secoli fa. Ma non c’è mai riuscita per i troppi interessi in gioco, e per questo ha perso credibilità.

Questo ora è il compito della magistratura, del potere terzo per eccellenza, di chi fa dell’imparzialità, oggettività e terzietà i principi cardine della sua azione. Perché tutto ciò fonda la credibilità di un potere, la sua forza nel raccogliere le aspettative dell’opinione pubblica, la sua immagine di incorruttibilità rispetto a qualsiasi evento esterno. Perché proprio questa correlazione con ciò che arriva dall’esterno mette in pericolo il cattivo funzionamento di un organo terzo. In questo preciso momento storico c’è una crescente sfiducia verso il mondo della politica, un rifiuto ai tradizionali meccanismi che ha portato a credere in qualcosa che non esiste, in una parte della politica che addirittura mette in pericolo i capisaldi di uno Stato di diritto. E’ per questo che il bisogno di avere un potere immacolato come quello terzo della magistratura è ancora più sentito.

Il baluardo delle moderne democrazie è la legge, e questa non può essere alla mercé né della politica né degli organi imparziali, che invece rappresentano i garanti della stessa. L’unica garanzia per fermare l’avanzata di chi ritiene che si possa sconfinare oltre la legge è la legge stessa: la sua corretta applicazione è un limite invalicabile nello Stato di diritto, ma questa passa da chi è designato al ruolo fondamentale di guardiano della legge e della correttezza delle procedure.

La politica delle parole

Frequentemente si parla di libertà di informazione e delle sue distorsioni. A farlo, chiaramente e naturalmente, sono i cittadini ma sono anche gli organi di informazione, che spesso lamentano una compressione degli spazi di libertà da parte di altri soggetti.

Se da un lato la libertà di informazione può subire compressioni esterne che non le permettono di aprirsi alle sue totali potenzialità, dall’altro bisogna anche sottolineare un atteggiamento molto remissivo di diverse realtà editoriali, nazionali e non, rispetto a chi detiene il potere politico in un determinato periodo.

Ne va della credibilità delle stesse, ne va della ragion d’essere che è alla base della lotta per una maggiore libertà di espressione.

Questo atteggiamento è addirittura estremizzato, in un senso prettamente negativo, quando gli stessi operatori dell’informazione cambiano registro soltanto perché vengono toccati gli interessi economici che li riguardano. E così, all’iniziale allineamento al pensiero di regime, questi sostituiscono un’ipocrita battaglia rivoluzionaria in nome della libertà di espressione, dimenticando di essere stati complici di quel processo di erosione della libera parola.

I progressivi tagli all’editoria sono l’esempio pratico: i giornali, non tutti, inizialmente hanno perdonato all’attuale squadra di governo non solo discutibili scelte di indirizzo politico, ma, cosa più grave, anche e soprattutto posizioni inconciliabili con la democrazia e con i valori costituzionali, posizioni che hanno addirittura evidenziato anche una scarsa conoscenza delle norme del testo fondamentale.

Qualcuno potrebbe obiettare che, oltre la carta stampata e i giornali online, ci sono gli editori, e che spesso e volentieri i giornalisti diventano il mezzo, anche senza troppi segreti, per la diffusione di una determinata linea editoriale. Ecco, se gli interessi degli editori si possono tradurre nella condivisione di determinate scelte politiche, ed è assolutamente legittimo, tutto ciò non può giustificare un’accondiscendenza verso atteggiamenti di chiusura, di negazione di diritti, di sconfinamento oltre i valori fondamentali di uno Stato di diritto.

C’è un andamento generale, in questo Paese, che coinvolge la società civile, la classe politica, gli operatori economici, i mezzi di informazione, tutti gli strati della società e che viene a riassumersi in un solo termine: convenienza. C’è sempre stato e ci sarà sempre, perché è nella natura umana seguire ciò che può fare i propri interessi.

Ma ciò che colpisce è che sul piano etico si assiste ad una normalizzazione di questi atteggiamenti, e questo comporta una legittimazione a cambiare posizione in qualsiasi momento, negando ciò che si è affermato nel passato recente.

Se questo è stato il gioco della politica dalla notte dei tempi, il fatto che se ne servano anche coloro che, almeno in teoria, dovrebbero garantire una rappresentazione imparziale ed oggettiva della realtà fa rabbrividire. Raccontare la realtà diversamente dalla sua essenza è il gioco della politica, il mezzo per realizzarlo è la parola e la sua diffusione. E’ un gioco facile, che nell’era della comunicazione immediata e globale riesce ancora più facilmente. Scrivere un post, pubblicare una foto o un video è ormai un gioco da ragazzi. E’ un paradosso rispetto al tema della libertà di espressione? No, perché in questo contesto la cosa che è stata resa più difficile è una: scrivere liberamente.

Il peccato originale del Movimento Cinque Stelle

Il risultato elettorale conseguito del Movimento Cinque Stelle ha aperto una crisi interna, sfociata poi nella votazione per la conferma di Luigi Di Maio come capo politico. Una consultazione salutata come “record mondiale” e “record assoluto”, ma in realtà numericamente troppo riduttiva per essere classificata nella categoria “democrazia partecipativa”: circa 56mila iscritti alla piattaforma Rousseau hanno dato fiducia all’attuale capo politico.

Il Movimento Cinque Stelle ha perso 6 milioni di elettori rispetto alle elezioni politiche del 4 marzo 2018, dalle quali era uscito primo partito in Italia. A soli 12 mesi di distanza i rapporti di forza all’interno della coalizione di governo si sono completamente ribaltati: la Lega è salita dal 17% al 34%, realizzando all’inverso il percorso del Movimento, che dal 33% è sceso al 17%. Non c’è stato, per intero, uno spostamento dal Movimento alla Lega: quest’ultima ha rosicato voti sia ai grillini che a Forza Italia, i cui elettori sono ormai in diaspora completa verso altri lidi, vedi Fratelli d’Italia che pure è cresciuta. Il Movimento ha perso elettori, e questi in parte hanno ripreso a votare il Partito Democratico dopo le delusioni dell’ultimo anno; altra parte di elettorato, probabilmente, ha votato Lega vedendo in Salvini l’uomo forte; un’altra consistente parte, ed è quella che va sottovalutata di meno, si è astenuta, anche per ammissioni dello stesso Di Maio.

E forse è questo il perno principale su cui dovrà fare leva il Movimento nei prossimi mesi: capire perché parte dell’elettorato conquistato magicamente alle politiche si è poi astenuto, determinando una caduta rumorosa in un solo anno. C’è sicuramente una parte del Movimento che non ha digerito l’accordo di governo con la Lega, innanzitutto: sono gli elettori di sinistra che, delusi dal Partito Democratico, avevano trovato nel Movimento uno sbocco ma soprattutto quella voce che la sinistra non aveva più saputo rappresentare, ma che poi sono rimasti profondamente delusi dall’alleanza con la Lega. Non hanno perdonato che i voti della sinistra potessero far nascere un governo di destra. In questo peccato originale il Movimento ha trovato la prima ragione della caduta del suo consenso. E come se non bastasse, tutta l’azione politica che ha caratterizzato il governo giallo verde ha confermato le paure e le delusioni del vecchio elettorato di sinistra: l’atteggiamento dei Cinque Stelle nei confronti della Lega è sempre stato di accondiscendenza (vedi alcune posizioni come l’immigrazione), tranne che nell’ultimo mese e mezzo che ha preceduto il voto europeo, periodo in cui Di Maio e compagni l’hanno buttata in caciara senza nemmeno un criterio guida, e solo per fare campagna elettorale. Ma, risultati alla mano, non è bastato.

Un’altra parte dell’elettorato grillino rimasta delusa la si può trovare in quelli che si definiscono “puri”, ovvero gli ortodossi del Movimento che non solo non hanno approvato l’inciucio con Salvini al momento della formazione del governo, ma non hanno nemmeno perdonato l’atteggiamento di asservimento in occasione della votazione per l’autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro Salvini per il caso Diciotti. Perché a fronte della immediata, completa e piena esecuzione degli ordini di partito, preceduta ancora da una consultazione online (stavolta circa 52mila iscritti che hanno votato), era chiaro che gran parte dell’elettorato non avesse digerito la posizione altalenante del Movimento su un tema cardine come quello della giustizia. Sull’autorizzazione a procedere il Movimento, in passato, ha sempre espresso la sua posizione precisa di non voler votare mai a favore, in nessun caso.

Tutto questo ha portato alle devastanti conseguenze in termini di consenso, ma soprattutto a determinare un atteggiamento miope dei vertici del Movimento, incapaci di comprendere le ragioni della vera sconfitta, anche se spesso molto evidenti. Una di queste è la distorsione del concetto di democrazia partecipativa: demandare questioni di vitali importanza, come ad esempio la decisione sull’autorizzazione a procedere, a una piattaforma online che non rappresenta nemmeno l’1% dell’intero elettorato grillino si è rivelato un suicidio politico. Far decidere a una minima parte rispetto alla maggioranza è innanzitutto l’inversione del principio della maggioranza, cardine delle democrazie; far decidere agli altri quando si è in una democrazia rappresentativa è sconfessare il ruolo dei singolo rappresentante.

C’è un errore di fondo in tutto ciò, che si collega al generale atteggiamento del Movimento: cercare all’esterno le ragioni dei fallimenti. Non può essere una modifica statutaria a determinare il recupero del consenso, non può essere il cambio di rotta sulla regola dei due mandati, e forse non può essere nemmeno il cambio del proprio capo politico, anche se in questo caso l’istituto delle dimissioni potrebbe essere un modo giusto di fare i conti con la propria coscienza. Al Movimento manca questo, fare i conti con la propria coscienza, con le proprie contraddizioni interne, con gli alti e bassi a seconda della convenienza. E se questo è stato possibile quando il Movimento era al comando all’interno della coalizione di governo ma ha comunque determinato un tonfo elettorale, allo stato attuale, con la Lega che ha ribaltato i rapporti di forza, si può immaginare soltanto un’ulteriore caduta dei grillini, non avendo più il coltello dalla parte del manico. Numeri alla mano, già oggi sarebbe possibile un governo con il solo vecchio centro destra: Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, dopo il voto europeo, rappresentano circa il 49% degli elettori.

Paradossalmente sarebbe meglio se il Movimento tornasse ad essere partito di opposizione, perché è nella sua indole e perché non può professarsi antisistema e poi finire per rappresentarlo. Le forze “antisistema” cessano di avere efficacia quando diventano sistema e lo rappresentano, e soprattutto perdono la loro “ragion d’essere” (dubito che l’abbiano, in ogni caso) quando sono costrette a scendere a compromessi. In un sistema parlamentare il compromesso politico è il sale.

Elezioni europee 2019, Pasquino: “Il sovranismo è una benedizione a metà: mobilitare gli europeisti”

Elezioni europee 2019, Professor Gianfranco Pasquino, Professore Emerito Scienza Politica all’Università di Bologna, autore di L’Europa in trenta lezioni, Novara, UTET, 2017

  1. Professore, il quadro politico che esce fuori dal voto europeo è più che mai chiaro. Quali sono le sue considerazioni riferite al contesto europeo, ora che i sovranisti hanno rafforzato la loro presenza.

In Europa i sovranisti hanno vinto molto meno di quel che si temeva e che loro speravano, ma in Italia sono oramai una maggioranza, rappresentativa del sentimento del paese, anche con qualche aiutino di non pochi sciagurati sovranisti di sinistra. E’ possibile, ma tutt’altro che certo che in Europa i sovranisti serviranno contro le loro preferenze a obbligare gli europeisti a prendere posizioni chiare e a rafforzare la loro coesione operativa. In somma, il sovranismo è, lo dirò in inglese per farmi capire da Nigel Farage, una benedizione a metà (mixed blessing): mobilitare gli europeisti. L’altra metà è inconcludente egoismo nazionalista, accompagnato da grande ignoranza della storia, delle istituzioni europee e dei successi dell’UE.

2. Salvini è il grande vincitore di questa tornata elettorale, senza se e senza ma. Ha ribaltato i rapporti di forza nella squadra di governo, e ora può “pretendere” di più premendo sull’acceleratore. Quali saranno le sue prossime mosse?

Salvini chiederà che si attui tutto quello che la Lega ha inserito nel Contratto di governo: decreto sicurezza, autonomie allargate, flat tax. Quasi sicuramente, dopo qualche sceneggiata, l’otterrà. Poi vorrà designare il Commissario che spetta all’Italia. Sarà più difficile, ma non impossibile se trova la personalità giusta. Infine, vorrà avere dalle autorità europee il via libera a “sfondare” il 3 per cento di deficit. Non lo avrà, mai.  

3. La Lega in questi ultimi anni ha parlato alla pancia del Paese. Ha funzionato alla grande, con una strategia aggressiva anche, soprattutto sui social media e ha addirittura attecchito al Sud. Ma quanto durano i movimenti di chiusura? Non c’è il rischio, come insegna la storia, che facciano tanto rumore nel momento in cui cadranno?

Il rumore alla caduta ci sarà, ma passerà parecchio tempo prima di sentirlo. Salvini è saldamente in sella. Sa andare avanti a piccoli passi. Al momento è il leader più vigoroso in circolazione. In assenza di sfidanti all’altezza, che non sono, differentemente, né Zingaretti né Di Maio, il suo futuro è alquanto radioso. Deve temere soltanto qualche errore dei suoi, qualche pasticcio di alcuni sovranisti europei nei suoi confronti e, soprattutto, la volontà dell’Unione Europea di fare rispettare le regole, a maggior ragione da parte di chi è ostentatamente ostile all’Europa che c’è.

4. Il Movimento Cinque Stelle ha perso metà del suo elettorato, rispetto alle politiche. Al netto delle differenze delle due competizioni elettorali, resta sempre una perdita di consenso eclatante. Cosa non ha funzionato, invece, rispetto all’alleato di governo?

Non ha funzionato la leadership, arrogantina e inadeguata, che ha commesso molti errori politici e di comunicazione. Non funzionano i ministri, alcuni dei quali incompetenti e privi di smalto. Non è efficace il Presidente del Consiglio. Il Movimento nel suo complesso sa poco di politica, non vuole imparare, traffica malamente con una concezione di democrazia che è surreale, pensa di potere funzionare senza darsi un’organizzazione anche sul territorio. Non è finito, ma il futuro non appare promettente.

5. Luigi Di Maio ha ribadito che non si dimetterà, ma ha anche affermato che una delle cause della sconfitta è stata l’astensione di parte del proprio elettorato. In questo intravedo contraddizione, poca autocritica e non si esclude che il ruolo di capo politico possa essere ridiscusso. Cosa ne pensa?

L’astensione è solo parte del problema. Il vero problema è  che la forza delle Cinque Stelle era stata proprio quella di offrire rappresentanza e un canale di espressione dell’insoddisfazione, del disagio, della protesta ai potenziali astenuti. Molti di costoro non credono più nelle Cinque Stelle. E’ giusto non soltanto ridiscutere il ruolo di Di Maio, ma porre l’esigenza di cambiarlo con procedure democratiche e trasparenti.   

6. Il Partito Democratico risale leggermente, ma c’è tanta strada da fare e Zingaretti deve invertire la rotta se vuole impensierire le forze “sovraniste”. In questo senso potrebbe riproporre un progetto inclusivo di tutta la sinistra, magari evitando di richiamare in causa la vecchia DC.

Non mi è chiaro (spero che apprezziate il mio understatement very british!) quale progetto persegua Zingaretti. Credo che non lo sappia neanche lui.. Certo, Zingaretti non può pensare di essere o di fare l’alternativa con il 22 percento dei voti. Finora non ha indicato nessuna strategia per trovare alleati. Pensa di crescere recuperando gli astenuti, un’illusione neanche pia. Non ha mai parlato di sinistra inclusiva, aperta, plurale. Non sarà Calenda a portare voti e idee. Soprattutto non esiste nessun dibattito politico e culturale in nessuna sede del Partito Democratico. D’altronde, non c’è nessun tema all’ordine del giorno. Manca qualcosa di molto importante al PD: una cultura politica.  

7. Fratelli d’Italia avanza e fa la voce grossa, ma sembra che la Meloni sia destinata ancora all’opposizione. Può configurarsi un governo interamente di destra, tra qualche mese o anno?

Oh, sì: un governo di destra è nelle carte. Praticamente, ha già anche i numeri. Non appena Salvini lo vorrà lo otterrà, anche senza passare da nuove elezioni. La Meloni è una politica di razza e prima o poi tornerà al governo (c’è già stata giovanissima ministra con Berlusconi).

8. Forza Italia sembra ormai essere alla fine dei suoi giorni, ed è anche comprensibile per un partito che si è identificato col capo per 25 anni. Si prevede una diaspora verso altre terre?

La diaspora è in corso. C’è qualcosa di patetico nel vecchio leader che non si rassegna e che s’illude di essere lui a tracciare il cammino della storia. Lui, il duopolista, che farà la rivoluzione liberale. Lui, l’euroscettico che si comportava malissimo nelle sedi europee, a dettare le alleanze: i popolari, i conservatori, Orbàn e i “sovranisti illuminati”. Lui che ha ancora come nemici i comunisti, ma il suo miglior amico è Putin.

29 maggio 2019

Vincere. E vinceremo.

Come per le vigilie di tutti gli altri appuntamenti elettorali, anche le elezioni europee sono caratterizzate dal tira e molla tra gli alleati di governo, ormai ai ferri corti da qualche settimana. Con una differenza sostanziale rispetto alle diatribe delle scorse competizioni: oggi non ci si limita più a battere il ferro sui punti forti del proprio programma elettorale o della storia identitaria della compagine, mi ci si spinge ben oltre fino a mettere in imbarazzo lo stesso alleato, screditando il lavoro altrui e le iniziative che devono accontentare i rispettivi elettori.
Se tutto ciò è finalizzato a un ritorno in termini di voti per il proprio partito, sicuramente non giova all’intera squadra di governo. Che sia un pensiero reale o soltanto fuffa elettorale, quando dici che il tuo alleato lavora male provochi inevitabilmente un danno all’intero esecutivo, che sia di immagine politica o di quantità di consensi.
Si deve concludere soltanto in due modi, tra loro alternativi: o il contatto di governo è stato solo un comodo appoggio per le proprie natiche e contemporaneamente un volano per i successivi appuntamenti elettorali, finalizzato quindi soltanto a ottenere un consenso immediato ma non basato su idee condivise, e in definitiva patto tra forze incompatibili; oppure il contratto di governo è stato realmente pensato, studiato e voluto da due forze che hanno creduto di poter fidarsi l’una dell’altra, nonostante una diffidenza mai ben completamente nascosta.
In ogni caso, quando due o più compagini politiche sottoscrivono un programma elettorale accettano tutte le idee che nello stesso vengono a confluire, anche se condivise in tutto, in parte o per nessun motivo. Non si può, a convenienza, tirar fuori il meglio e il peggio a seconda del momento politico.
Perché quando si rappresenta una forza di governo, sia essa di uno Stato o di un territorio più ristretto come una Regione o un comune, non ci si può sottrarre dalla collegialità delle responsabilità. Troppo comodo attribuire le negatività agli altri alleati ed attribuirsi esclusivamente i meriti. Comodo e, a un certo punto, controproducente: perché nel tentativo di screditare l’altro si finisce per perdere la propria credibilità.
Vincere è l’unica cosa che conta. Ma poi bisogna governare, e in qualche caso anche amministrare.

Premiata Pasticceria Paesana – Torta Medellin

Quando Dio ha distribuito la competenza politica un territorio era in prima fila, ed è stato particolarmente fortunato.
Grazie a 5/6 grandi famiglie la politica di quel territorio benedetto riesce ad esprimere al meglio, e al massimo delle sue potenzialità, le capacità amministrative, quelle che consentono ai paesini della zona di poter migliorare la propria vivibilità, anno dopo anno, risolvendo tutti i problemi, ordinari e straordinari.

Queste grandi compagini, che si presentano ad ogni elezione, e si ripresentano, e si ripresentano ancora, hanno più o meno gli stessi caratteri:
– sono sempre le stesse, di medie grandi dimensioni
– hanno il grosso merito, oltre che che il grande cuore, di occuparsi dei problemi di quasi tutti i paesi della zona;
– enormi competenze politiche che non si esauriscono a una sola generazione ma si trasmettono per via ereditaria;
– hanno anche la capacità di adattarsi a qualsiasi schieramento e colore, stringendo improbabili ma vitali alleanze, tra l’altro pezzo forte del repertorio;
– sono come i grandi amori: fanno dei giri immensi e poi ritornano.

Questa presenza costante nella vita politica può essere letta come una camaleontica forza di restare sul pezzo e di adattarsi, nonostante tutto, grazie ad un innaturale istinto di sopravvivenza; oppure come una plastica capacità di riciclarsi che li rende differenti dagli altri (o differenziati, se si preferisce); o ancora come una barbara, feudale e continuata occupazione delle aule consiliari, ambienti nei quali l’aria è sempre più pesante e ormai si respira meno ossigeno e sempre più conflitto di interessi. E se il prezzo da pagare per restare sul pezzo è sacrificare la credibilità delle buone intenzioni, qui non si bada a spese, si fanno promesse ventennali e si rilancia a ogni appuntamento con la matita della cabina elettorale, come fosse una partita a poker, con l’unica differenza che soltanto a posteriori, quando il votante ha già perso, si viene a conoscenza della posta in gioco.
Perché l’unica cosa che conta è fare cartello, mantenere intatto il proprio pacchetto di voti ed evitare che i consensi possano disperdersi oltre la cerchia ristretta, al di là della quale regna un meccanismo di esclusione automatica dal gioco.

Tutto ciò, però, viene innanzitutto mascherato da una dialettica che trova il suo punto più “alto” nell’accusare quelli di prima e nello scrollarsi di dosso qualsiasi responsabilità, in uno sterile e spesso ridicolo tentativo di rifarsi una verginità politica; ma soprattutto agevolato, favorito da una certa connivenza dell’elettorato attivo, schiavo di quella strana e contraddittoria visione per la quale a livello nazionale si reclama una tabula rasa della vecchia politica ma nello stesso tempo a livello locale “si vota diversamente”.

Sei il fiore, sei il sole, sei il mare, la luce, la sabbia, le foglie. Sei il vento, sei anche la pioggia. Sei maggioranza, sei opposizione. Sei elettore, sei eletto. Sei il potere, sei il servo. Sei la campagna elettorale, ma sei anche la promessa non mantenuta. Sei le mani sulla città, sei il palazzo ma anche il palazzinaro. Sei la delibera, sei la determina. Sei la somma urgenza, sei l’appalto. Sei l’offerta economicamente più vantaggiosa, sei il ribasso anomalo. Sei lo scrutatore, sei la commissione. Sei assessore, ma sei anche consigliere. Sei non eletto, ma anche un ripescato. Sei il nuovo, ma sei anche il discendente degli stessi di prima. Sei l’autorità costituita, sei il popolo. Sei il funzionario, ma anche il bando che calza su misura. Sei a destra e poi a sinistra, passando per il centro.

Sei tutto. Sei niente.

Sea Watch 3, ennesima inutile propaganda sulla pelle dei più deboli. Tra diritti umani, atto politico e l’idea sbagliata che il consenso possa scavlcare la legge

La vicenda Seawatch3 non si è conclusa, ma è arrivata al punto di scontro con l’arresto di Carola Rakete che ha portato in salvo i 42 migranti che erano a bordo della nave, dopo aver causato un contatto con le motovedette della Guardia di Finanza. Una vicenda che è destinata a creare ulteriori tensioni nel dibattito pubblico, tra chi sostiene che l’atto sia stato una forza con violazione dei confini nazionali, e chi invece ritiene che di fronte alla vita e alla sua tutela non possa esserci nessun ostacolo di natura giuridica.

Ma la questione migranti ci riporta indietro nel tempo e ci presenta l’ennesimo dibattito sulla conciliazione di diversi valori in gioco: da un lato i diritti umani, la tutela della persona, la protezione della vita di ogni individuo; dall’altro presunti interessi nazionali, che ripongono nel rifiuto di far sbarcare alcuni migranti le speranze di maggior sicurezza per i nostri confini, e si rifugiano nella cosiddetta categoria dell’atto politico.

Se l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini è stata negata perché l’atto compiuto dal ministro è stato qualificato come atto politico, vuol dire che esiste una categoria di atti, definiti “politici”, che gode di una certa insindacabilità? E che può spingersi oltre i limiti sanciti in Costituzione, ovvero andare al di là dei confini fissati, anche con una certa solennità, dal testo fondamentale del nostro ordinamento giuridico?
Se così fosse, vuol dire che la politica può sconfessare i diritti inviolabili sanciti nella Costituzione.
Di certo la nostra Costituzione non fa menzione della categoria di atto politico, come afferma Leonardo Brunetti, ordinario di diritto pubblico, il quale precisa invece che il governo non può agire politicamente e amministrativamente fuori dal sistema, soprattutto quando si tratta di diritti fondamentali della persona.

In questo senso ci si ricollega anche all’equivoco secondo il quale la legittimazione politica diviene strumento per andare oltre la legge: chi ritiene che il consenso legittimi lo sforamento dei limiti legislativi compie l’errore, storicamente riproposto nella maniera più evidente con lo Stato assoluto, di identificare lo Stato con le persone, in questo caso i rappresentanti del popolo; di identificare le regole oggettive con la volontà popolare arbitrariamente configurata; di identificare la legge con il volontarismo politico; in definitiva, di identificare l’insieme delle norme generali ed astratte con la visione più faziosa di una parte della società.
La politica è in teoria bene comune che in pratica si attua con la visione di parte, e per questo presenta limiti a volte insormontabili. Quei limiti che vengono fuori in tutta la loro inadeguatezza nel momento in cui impattano su valori intrinseci alla persona umana, su valori che preesistono, spesso, a qualsiasi impostazione ordinamentale, e che i processi storici di libertà hanno riconosciuto, anche un certo ritardo.
Il consenso e la legittimità vengono spesso identificati. Ma il consenso nudo e crudo va sempre incanalato nei binari della legge e dei limiti costituzionali. È solo attraverso lo schema oggettivo della legge che la volontà popolare può assumere le caratteristiche delle legittimità, perché altrimenti diventa arbitrio, diventa massa pericolosamente non governabile proprio perché travalica i confini di ciò che è definito legittimo.
In definitiva, è solo all’interno di un preciso spazio, appunto delimitato dalla legge, che la volontà popolare può trovare la sua ragion d’essere e la sua intangibile sacralità, e può, mediante meccanismi costituzionalmente predefiniti, diventare essa stessa espressione legislativa.

Quando Sergio Mattarella ha dato una lezione sulla Costituzione

A me non fanno paura le idee del Movimento Cinque Stelle, per le quali ho anche espresso parte della mia fiducia. Mi fa paura chi ha votato il Movimento e ad oggi si è trasformato in un tifoso con la sciarpa al collo, pronto a sostenere tutto ciò che sostiene il capo e a cambiare idea se cambia idea il capo. E’ una rappresentazione di incoerenza, cosa che si è vista in questi due mesi, quando il Movimento ha fatto capolino anche a sinistra pur di formare un governo ed avere l’incarico. Ed è un’incoerenza mista a populismo, quel populismo fatto di slogan senza contenuti, come quelli lanciati da Salvini sull’Euro: uno che vuole uscire dall’Europa ma nel frattempo incassa lo stipendio di europarlamentare; uno che è anti tutto, contro i gay, contro gli stranieri, contro il meridione. Uno che vuole cambiare il sistema ma è parte integrante dello stesso e lo rappresenta, e come tutti i politici trae giovamento dallo stesso. In questa ondata di populismo gli estremi e i fanatici trovano terreno fertile, e i proclami lanciati dai politici assomigliano sempre di più ad un “armiamoci e partite”: lo stesso pensiero dell’impechment non ha nulla di fondato, e resta il pensiero di una domenica sera senza Serie A.

Il 4 dicembre 2016 ho votato no alla riforma della costituzione perchè ho sempre ritenuto che le cose negative fossero in numero maggiore rispetto a quelle positive, che pure esistevano. Ma da ieri abbiamo avuto la conferma che molti hanno votato sì/no solo per politica di partito o perchè anti Renzi, trasformando così la riforma della Costituzione in un qualsiasi atto di indirizzo politico. Nulla di più sbagliato. Con la decisione di Mattarella sul governo Lega-M5S è successa la stessa cosa, perchè l’azione di garanzia esercitata dal Presidente della Repubblica è stata colorata politicamente da chi continua a buttare fumo negli occhi.

La Costituzione ci consegna una figura di garanzia (e di controllo), quella del Presidente della Repubblica, i cui poteri sono sì precisi ma “contingentati”: espressione coniata da Sbrescia e che racchiude al meglio il senso della figura presidenziale. Significa che il potere del Presidente della Repubblica si allarga e si restringe a seconda di numerosi fattori, come la situazione interna, la politica internazionale, i rapporti tra forze di maggioranza e forze di opposizione, ecc. Il Presidente è un arbitro dotato di quella discrezionalità necessaria che permette al testo costituzionale di adattarsi alla realtà e nello stesso tempo di modellarla: può entrare o meno nel gioco politico, e questo non per un mero capriccio personale ma semplicemnete perchè la Costituzione glielo consente. E’ un potere flessibile, e nella estensione del momento applicativo della norma costituzionale deve rispondere a una serie di parametri, il primo è proprio la Costituzione. Può essere un arbitro che, nel rispetto del dettato costituzionle, riesce a regolare il gioco attraverso i suoi poteri e i suoi orientamenti: non a caso, fino ad oggi, è stato molto silente nella dialettica parlamentare perchè il Parlamento si poggiava su una maggioranza; è intervenuto, invece, nel momento di maggiore difficoltà dell’impianto costituzionale. E’ lo stesso linguaggio costituzionale, nella sua tradizionale e necessaria indeterminatezza, a garantire le soluzioni di compromesso che la figura del Presidente è chiamata a raggiungere nelle fasi di stallo istituzionale.

Ma il costituzionalismo è roba seria, e dev’essere trattata dai docenti. Uno di questi è Sergio Mattarella.

Cambiare tutto per non cambiare nulla

Tra le tante funzioni dell’organo consiglio comunale c’è anche quella di controllo verso gli organi esecutivi, ad esempio la giunta. Quando i due organi assumono la caratteristica della intercambiabilità dei loro componenti vuol dire che il sistema si è inceppato: passare da controllore a controllato, e viceversa, è il sintomo dal cattivo funzionamento del sistema.
Che fosse politicamente inceppato lo si era capito da quando c’è stata l’insalatissima dei due schieramenti.
Le analisi e le valutazioni politiche di chi osserva da fuori possono anche essere sbagliate, non esatte, ma è evidente che queste analisi non incidono in nessuna maniera sulla capacità decisionale degli organi sopra citati. Incide di più chi, per una ragione o per un’altra, si ostina a fare parte di questo sistema, quale sia il ruolo ricoperto e accetta di tutto pur di stare lì. E intanto si inceppa doppiamente quel circuito di responsabilità elettorale, non solo per il mancato rispetto delle promesse fatte, ma anche e soprattutto per aver sconfessato le scelte fatte da chi ha votato, in nome di un turn over che è tutto tranne che rispettoso della volontà popolare.
Però la colpa è di chi sta fuori, di chi decide di non far parte del sistema.
Intanto dopo anni ci sono gli stessi compagni di viaggio, gli stessi problemi e si continua a dire le stesse cose che non hanno un senso, se non quello di difendere il sistema. La favola che vuole cambiare il sistema dall’interno si può ancora raccontare alle future generazioni, quelle che probabilmente vivranno quello che ha vissuto chi aveva 20 anni e oggi ne ha 40, quando tra vent’anni si ritroveranno i dinosauri in politica, gli stessi dinosauri presenti dagli anni 80 e che qualcuno ha fatto credere di voler combattere.
È ormai chiaro che la politica dell’entusiasmo paesano si risolve nei tre stadi della nascita, della crescita e della trasformazione in figura mitologica fatta metà uomo e metà seggio.
A proposito di banchi, sulle panchine all’interno delle Chiese ci sono i nomi delle famiglie benefattrici, sarebbe opportuno inciderli anche sulle sedie delle aule consiliari, per il principio ereditario.